Lo Stato salva Mps: il rischio della corsa agli sportelli

Lo Stato salva Mps: il rischio della corsa agli sportelli

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Certo, la notizia della mancata riuscita del salvataggio privato non sorprende più di tanto visto il poco tempo a disposizione di Monte dei Paschi di Siena: in una settimana non si poteva pensare di risolvere una situazione così complicata. Vale quindi la pena ripercorrere gli sviluppi di questa vicenda fino all’intervento statale da 20 miliardi, portando alla luce le novità che hanno modificato completamente il mondo del risparmio.

Dal bail-out al bail-in… e poi ancora al bail-out

Dal primo gennaio 2016 entra in vigore una normativa europea per prevenire e gestire le crisi delle banche: il bail-in, cioè “salvataggio interno“, che prevede come primo step l’intervento degli azionisti, successivamente dei detentori di obbligazioni subordinate, poi degli obbligazionisti senior quindi i detentori delle obbligazioni tradizionali e, infine, dei correntisti con importi superiori ai 100 mila euro. Nel novembre 2015, quattro banche italiane (Banca Etruria, Banca Marche, Carichieti e Carife) hanno messo in atto questo processo di bail-in che ha interessato migliaia di risparmiatori. Quello che sta accadendo oggi per Monte dei Paschi di Siena non sta seguendo lo stesso iter imposto alle altre quattro banche in base alla normativa europea del 2016, ma, piuttosto, fa riferimento al processo che avveniva in assenza di questa regolamentazione: si parla di bail-out, “salvataggio esterno”, dove “l’esterno” è lo Stato.

Con quale giustificazione ci si può rivolgere a un risparmiatore di Banca Etruria che, un anno fa, ha visto azzerarsi tutti i risparmi senza nessun intervento statale a fronte di una normativa da seguire? Il rischio è quello di innescare un meccanismo molto più grave per il sistema rispetto al fallimento della banca: la corsa agli sportelli.

Cosa si intende per corsa agli sportelli?

La corsa agli sportelli, bank run, avviene quando un elevato numero di clienti di una banca prelevano contemporaneamente tutti i loro depositi per paura che la banca fallisca.

Se i depositanti prelevassero in massa tutti i propri soldi, che fisicamente nella banca non esistono in quanto investiti o prestati a chi ha richiesto un prestito o un mutuo, la banca subirebbe una grossa crisi di liquidità. Considerando che in Italia la maggior parte delle banche è di piccola e media dimensione, cosa ci si può aspettare da un intervento statale che ne tutela una ben più grande? La risposta è logica: il risparmiatore di una piccola banca preleverebbe immediatamente tutti i suoi soldi per trasferirli in un “porto più sicuro”, una banca “protetta” dallo Stato. La piccola banca si troverebbe così in crisi di liquidità, senza più clienti e con un unico destino: il fallimento e l’applicazione del bail-in. Cosa accadrebbe a chi detiene i propri risparmi in azioni e obbligazioni di quella piccola banca appare abbastanza scontato.

Banca e rischio d’impresa

Ciò che tutti dovremmo avere ben chiaro è che la banca è un’impresa e come tale punta a ottenere utili assumendosi il rischio di impresa. Come in ogni azienda ci sono soci (gli azionisti) e finanziatori/fonti di denaro (gli obbligazionisti). Anche in una banca, quando le cose non vanno nel senso giusto si registra una perdita e se la perdita è insostenibile si arriva al fallimento. Ebbene sì, dunque, in quanto impresa, anche una banca può andare in default.

Concludendo, l’intervento dello Stato a favore di Mps, lo stesso che invece è mancato per i quattro gruppi bancari minori coinvolti nella risoluzione di novembre, provoca da un lato irresponsabilità da parte dei manager nella gestione degli istituti di maggiore dimensioni, in quanto si sentono più tutelati dall’intervento statale e, dall’altro, determina una differenza in termini di tutela e sicurezza dei risparmiatori, che dovrebbero avere una garanzia paritaria indipendentemente dalle dimensione dell’istituto in cui detengono soldi e risparmi.

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